Martina

Della Valle

Berlin, 1981

IMPRONTE | 2005

IMPRONTE, 2005
(photoceramic print on porcelain objects)

EVER NEVER LAND

La casa, una soglia della spazio e del tempo.

Osservazioni dal palcoscenico d'una vita possibile.

Ouverture

Quel che è accaduto,

che potrebbe accadere. 

Le tracce del luogo,

le impronte del tempo.

Quel che appare, il possibile,

che scompare, il vissuto.

L'inizio e la fine,

simultaneamente.

Scena prima

La galleria, interno pubblico metropolitano. In una grande, limpida casa bianca.

Nel vasto salone d'ingresso le tracce d'un banchetto, un'ultima cena virtuale. Un grande tavolo da pranzo parzialmente apparecchiato. Su di esso affiorano segni sparsi del tempo, identità d'ignote persone, tenui impronte del loro vissuto. Le bianche superfici ceramiche sono impressionate dal loro contatto, diafani specchi assorbenti delle luci che vi si sono riflesse. 

Scena seconda

La casa, interno privato. La via quotidiana, le cose, tra loro leggere.

Salotto, pranzo e cucina, spazio elegante e funzionale, rarefatto ed essenziale, pensato, progettato e vissuto: le nitide forme di un'utopia quotidiana. Su alcuni elementi d'arredo appaiono minime tracce di vite vissute, segni d'interazione coi gesti e coi corpi degli ospiti, dei padroni di casa. Sono documenti dell'essere e dell'essere stati: tutto affiora, scompare e riflette. Il muto dialogo tra cose e persone crea esperienza, evidenza, senso del tempo. 

Scena terza

Il guscio, l'involucro, la scatola magica. I muri e le croste.

Emergono segni dalle bianche pareti, tracce di proprietari passati, d'inquilini futuri: icone sottili, pallide ombre. I piani sono superfici sensibili che riflettono, osservano, trattengono luce, corpi e pensieri. Sono storie vissute e mai conosciute che ora affiorano, mute e presenti. Osservazione ed ascolto. Il futuro anteriore è forse il passato: il senso presente nella casa del tempo. 

Epilogo

L'esperienza dell'ospite.

Sono invitato in galleria. Entro dunque, nel presente e nel passato. Mi trovo in un luogo certo e possibile. In una sala prima che qualcosa si manifesti, dopo che qualcosa è accaduto. La stanza sembra quasi vuota, ma è come se appena cominciasse a riempirsi. Tocco ed osservo, guardo, rifletto, avverto le tracce, gli oggetti, le cose e gli odori, sfioro l'assenza, le sottili presenze, i dati e le impronte, i vuoti ed i pieni. Intuisco i frammenti di storie non dette, la rarefazione del tutto, la pregnanza del poco che affiora. 

Curioso proseguo, svolto ed ecco la casa, separata ed unita, ma forse divisa senza alcuna barriera. M'accoglie aperta, luminosa, indifferente, impegnata nel suo quotidiano: gesti, dialoghi e corpi, sguardi e pensieri. Posso restare, sedere, guardare, toccare, parlare. Posso e non posso: dipende da me, dal senso che attribuisco alle cose, uguali, ma forse diverse. Cosa allora è cambiato, se qualcosa è cambiato? Sono sempre lo stesso io che guarda e che vive? Mi trovo nella Galleria pervasa da linguaggi simbolici, atti d'arbitrio ed altrove presenti o nell'altrui quiete domestica, tra segni di corpi e di vite, pratiche quotidiane e mute esperienze? Rivedo gli stessi diafani segni della gran sala vuota, le tracce che affiorano indisturbate e presenti, lambendo le cose e il paesaggio con il medesimo senso di atto e potenza, di vero e di falso, di passato che affiora e presente che silenzioso svanisce mentre respiro, osservo e trasalgo.

M'interrogo dunque: 

Chi è l'ospite, chi il padrone di casa? Chi abita e vive, chi fa, chi subisce?

Il padrone di casa, circondato ed immerso tra le tracce d'artista? Il pubblico, che entra nello spazio privato? Oppure l'artista che ci mette le mani e onnivoro s'appropria di quello che vede e che trova? O forse è l'interazione di questi tre attori, soggetti, amanti ed estranei?

In questa casa, galleria, esposizione, nido, relitto di segni, vascello del tempo, rete di relazioni, condominio di anime, coagulo d'atti d'arbitrio, dominio di pensieri, intenzioni, sottili misteri, allusioni possibili, indifferenti certezze, vite, respiri, gesti, esperienze, trame di senso, impronte di anime e vibrazioni di luce, avverto lo scorrere di un fiume di soglie attraverso le quali Martina silenziosa mi guida, invisibile sacerdotessa del corpo e del tempo. Attraverso quelle soglie mi perdo e ritrovo, sul limite tra interno ed esterno, presente ed assente, vissuto e immaginato. Varcata la prima, è inevitabile confrontarsi con tutte le altre; si può non rispondere, nessuno ci obbliga, ma siamo convocati e chiamati ad entrare: del viaggio, ciascuno, è opera e attore.

 

Silvio Wolf 2005 

in Casa D'Urso Della Valle Del Tempo.

 

 

 

 

 

 

 



EVER NEVER LAND

The home, a threshold of space and time.

Observations from the stage of a possible life.

Ouverture

What has happened,

what could happen.

The traces of place,

the imprints of time.

What appears, the possible,

what disappears, life lived.

The beginning and the end,

simultaneously.

Scene one

The gallery, a public metropolitan interior. In a large, white, limpid house.

The traces of a banquet, a virtual last supper in a vast entrance hall. A large dining table partially set. Signs scattered in time lie on the surface, identities of unknown persons, feint traces of their lives. The white ceramic surfaces are contact printed by them, diaphanous mirrors absorbing the lights reflected in them.

Scene two

The home, interior private. Everyday life, things, light things.

Living room, dining room and kitchen, elegant and functional space, rarefied and essential, studied, designed and lived in: the sharply defined forms of an everyday utopia. Minimal traces of lives lived appear on parts of the furnishings, signs of interaction with the actions and the bodies of the guests and the owner of the home. They are documents of being and of having been: everything emerges, disappears and reflects. The mute dialogue between things and people creates experience, evidence, sense of time.

Scene three

The shell, the wrapping, the magic box. The walls and the crusts.

Signs of the white walls emerge, traces of past owners, future tenants: subtle icons, pale shadows. The sensitive surfaces reflect, observe and hold back light, bodies and thoughts. They are histories lived through and never known that now emerge, mute and present. Observations and listening. The future perfect is perhaps the past: the sense of the present in the home of time. 

Epilogue

The experience of a guest.

I am invited to the gallery. I go, therefore, into the present and into the past. I find myself in a  definite and possible place. In a room before something manifests, after something has happened. The room seems almost empty, but it is as if were just beginning to fill. I touch and observe, I look, reflect and sense the traces, the objects, the things and the odours. I brush against the absence, the subtle presences, the facts and the impressions, the empty and full spaces. I intuit the fragments of unspoken stories, the rarefaction of everything, the pregnancy of the little that emerges.  

Curious, I continue, I turn and there is the home, separate and united, but perhaps divided without any barrier. It welcomes me, open, bright, unworried, involved in its daily life: actions, dialogues and bodies, looks and thoughts. I can stay, sit, look, touch, speak. I can and I can’t: it depends on me, on the sense I attribute to things, the same, but perhaps different. What has changed then, if anything has changed? Is it still the same I which looks and lives. Do I find myself in a gallery pervaded by symbolic languages, acts of free will, present elsewhere or in someone else’s domestic haven, among signs of bodies and lives, everyday practices and mute experiences? I see the same diaphanous signs of the large empty room again, the traces that emerge undisturbed and present, lapping against the things and the landscape with the same sense of fittingness and power, of truth and falsehood, of past which emerges and of present which silently vanishes while I breath, I observe and start.

I question myself then: 

Who is the guest, who is the owner of the home? Who inhabits and lives, who acts, who is acted on? The owner of the home, surrounded and immersed among the traces of the artist? The public, which enters the private space? Or the artist who lays his hands on it and omnivorously appropriates what she sees and finds? Or perhaps it is the interaction between these three: actors, subjects, lovers or strangers?

In this home, gallery, exhibition, nest, wreck of signs, vessel of time, network of relations, condominium of souls, coagulation of acts of free will, domain of thoughts, intentions, subtle mysteries, possible allusions, indifferent certainties, lives, breaths, actions, experiences, secret meanings, impressions of souls and vibrations of light, I sense a running river of thresholds across which Martina silently guides me, invisible priestess of the body and of time. I lose and find myself across those thresholds, on the border between the inside and the outside, present and absent, experienced and imagined. Once over the first, facing the challenge of all the others is inevitable; you don’t have to answer, no one forces you but we are summoned and called upon to enter: we are each the work and actor of the journey. 

Silvio Wolf 2005 

at Casa D'Urso Della Valle Del Tempo.

 

IMPRONTE, 2005
(photoceramic print on porcelain objects)


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