Elena

Mazzi

Reggio Emilia, 1984

Prelievi H3/X/Y classe E (Pettino, L?Aquila) | 2011

Prelievi H3/X/Y classe E (Pettino, L?Aquila), 2011
(Combination of the rip-and-detachment restoring technique of frescoes on samples of civil plasters)
Foto: Marco Di Giuseppe

L’architettura popolare aquilana degli anni Settanta, dove ho scelto di agire, è stata la più colpita dal terremoto. Qui viveva la parte più povera della popolazione, che lo Stato non ha voluto salvaguardare preventivamente, così come non intende farlo ora: gli edifici crollati sono ancora nelle stesse identiche condizioni di due anni e mezzo fa, con macerie, spazzatura ed effetti personali ovunque. Anzichè rendere giustizia ai cittadini più colpiti, si è preferito allontanare la popolazione dalla sua memoria geografica, sociale e personale, indirizzandola prima negli alberghi della costa abruzzese, poi nelle new towns lontano dalla prima periferia aquilana, abbandonando gli edifici al loro stato di degrado, i quali andrebbero abbattuti e ricostruiti a causa delle gravi condizioni strutturali, oltretutto pericolose per gli abitanti stessi (in questo si legge un interesse a conservare una memoria diversa, quella della tragedia, che fa leva sulla disgrazia, richiamando turisti curiosi, spesso invadenti e inopportuni)

Ho voluto provare a combinare la tecnica di restauro architettonico dello strappo e dello stacco di affreschi, ricollegandomi così a una necessità storica, sociale, culturale di conservazione della memoria. Parlo di una memoria recente, contemporanea, una memoria di tutti, collettiva, di chi viveva nelle periferie aquilane, le più recentemente costruite in città, eppure le più violentemente colpite. Una memoria che per alcune persone rimarrà storica, anche se il tentativo apparente sembra invece quello di provare a tacere i fatti. Per questo mi sono recata a L’Aquila provando così a “salvare” qualche testimonianza edilizia, che per alcuni di noi è già storia, e così dovrebbe essere per tutti.
La scelta di presentare un trittico dialoga sia con la tradizione pittorica medievale e moderna, che con la forte simbologia aquilana intrisa di religione, paganesimo e misticismo. In particolare il numero 99 (multiplo di 3) ricorre in ogni angolo della città: 99 fontane, piazze, chiese, rintocchi della campana ecc… Una leggenda più che una certezza storica, una credenza che gli aquilani si passavano di bocca in bocca e che tenderà sempre più a scomparire data l’ attuale chiusura del centro storico: quello spazio comune in cui l’immaginario culturale di un popolo vive e si sviluppa.



The popular L’Aquila architecture of the Seventies, where I chose to act, was the most stricken by the earthquake. The poorest part of the population lived here, the part that the State didn’t and still doesn’t want to preventively safeguard; the collapsed buildings are still in the same, identical conditions of two years and a half ago, with wreckage, rubbish and personal belongings everywhere. Instead of rendering justice to the most stricken citizens, the preferred solution was to send the population away from its geographical, social and personal memory, directing it first to the hotels on the shores of Abruzzo, then in the new towns, far away from the first L’Aquila suburbs, abandoning the buildings to their state of deterioration; they should be torn down and re-built due to the serious structural conditions, that are moreover dangerous for the inhabitants themselves (in this we can detect an interest to keep a different kind of memory alive, the one of the tragedy, that appeals to disgrace, attracting curious tourists, that are often invasive and intrusive)

I wanted to try combining the architectural ‘stacco’ and ‘strappo’ (rip-and-detachment restoring technique of frescoes), re-connecting to a historical, social and cultural necessity to preserve memory. I am speaking about a recent kind of memory, a contemporary one, a memory that belongs to everyone, that is collective, of those who lived in the suburbs of L’Aquila, the parts that had been most recently built in the city, and yet the ones that were stricken the hardest. This is why I went to L’Aquila trying to “save” some construction memories that for some of us are already history, as it should be for everyone.
The choice to present a triptych communicates with both the traditional and modern Medieval painting traditions along with L’Aquila’s strong symbolism drenched in religion, paganism and mysticism. Number 99 (a multiple of 3) particularly recurs in every corner of the city: 99 fountains, squares, churches, bell tolls, etc… This is a legend, more than a historical certainty, a belief that the inhabitants of L’Aquila diffused by word of mouth, and that will increasingly tend to disappear given the current closure of the historical centre: that common space in which the cultural imaginary of a population lives and develops.

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